map1 map2 map3 map4 map5 map6 Le Macchine della Meraviglia
 
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LA MOSTRA - UNA LANTERNA MAGICA IN FAMIGLIA

È difficile per l’uomo del secondo millennio immaginare come potevano essere le serate casalinghe senza il bombardamento delle numerose apparecchiature elettriche ed elettroniche da cui siamo circondati oggi: hi-fi, computers, videofoni e, soprattutto, l’onnipresente televisione. Appena 150 anni fa non esisteva neppure la radio. Per avere musica in casa bisognava suonarla, e l’unico modo di sapere le notizie era leggerle sul giornale con uno o più giorni di ritardo. I salotti però erano più affollati, svolgevano la funzione di punti di ritrovo e momenti di dialogo (diversamente dall’attuale, alienata tendenza che vede i componenti della stessa famiglia trascorrere le serate incollati ognuno al proprio computer). Ed erano luoghi di intrattenimento privato, in cui oltre alla musica si leggevano poesie, si facevano parodie di commedie o si recitavano drammi scritti magari dal “letterato” di famiglia.

Nelle case patrizie non era infrequente la presenza di un piccolo teatro interno delegato alle suddette rappresentazioni casalinghe. Quello del cinquecentesco palazzo Bracci Testasecca a Montepulciano si trova nell’ala un tempo destinata a biblioteca: è dotato di ribalta, sipario e addirittura buca per il suggeritore, e si affaccia su un comodo salotto dove prendeva posto il pubblico. La sua costruzione risale probabilmente a una ristrutturazione architettonica interna dei primi dell’Ottocento.

L’acquisto della lanterna magica da parte del conte Giacomo, intorno al 1870, sancì l’ingresso in casa Bracci dell’alta tecnologia. Il trisnonno fece le cose in grande. Anziché il canonico proiettore, dalla Francia ne fece venire tre che, montati su un piano elevato e inclinato, puntavano il proprio cono di luce sullo stesso schermo sovrapponendosi, in modo da consentire l’inserimento e l’alternanza di varie lastre in sequenza e, quindi, la narrazione illustrata di storie più lunghe e con più quadri. A ridosso del sipario fece montare un ampio schermo di lino bianco che, arrotolato su un lungo palo, veniva alzato e abbassato con un sistema di corde e carrucole. Le lastre, scelte su cataloghi per corrispondenza francesi e inglesi, permettevano di proiettare cromotropi (sorta di optical art ante litteram), scenette comiche e grottesche, scene terrificanti (le “fantasmagorie”) e scene tratte da storie classiche, come il Faust, o da episodi storici come la distruzione di Pompei ad opera del Vesuvio. Oltre alle lastre cinematiche, che mostravano cioè un’azione, c’erano le lastre fisse, per lo più paesaggi esotici o lontani che grazie ad appositi effetti speciali venivano mostrati di giorno, di notte, d’estate o, dopo un’autentica nevicata, d’inverno.

L’impressione dovette essere immensa per persone abituate a far lavorare la fantasia sulle illustrazioni dei libri o sui quadri a olio. Nel buio totale della sala si materializzavano all’improvviso, luminosissime e colorate, immagini di acrobati che svolgevano gli esercizi più incredibili, maghi che trasformavano un prosciutto nel naso di un mostro, vasi di fiori che crescevano a vista d’occhio innaffiati da una fanciulla, fantasmi che nottetempo passavano attraverso le bifore di una torre diroccata, serenate romantiche, serenate dal finale comico, laghetti nordici che d’estate accoglievano gite in barca e d’inverno pattinatori sul ghiaccio. I proiezionisti, alle spalle dello schermo, oltre a infilare e togliere le lastre e a manovrare le delicate leve e manovelle dei meccanismi che facevano muovere i personaggi sulla scena, fungevano da voci recitanti, improvvisando dialoghi in funzione delle scene o producendosi in descrizioni cariche di suspense, il tutto con l’accompagnamento dell’immancabile pianoforte che la zia Ezelina o la cugina Annina suonavano senza guardare la tastiera e torcendo il collo per non perdere niente della magica proiezione. La cosa ebbe evidentemente successo e gli spettacoli furono replicati e rinnovati più volte, se il trisnonno Giacomo fece addirittura costruire un grosso armadio a scomparti per contenere la collezione di lastre che ammontava ormai a centinaia di esemplari.

Al tempo di suo figlio Giuseppe e del figlio di suo figlio, Lucangelo, era forse possibile alternare all’accompagnamento di pianoforte la musica di un grammofono, ma le modalità di proiezione rimasero identiche, come rimase identica la suggestione esercitata sul suo pubblico nonostante il cinematografo, apparso ai primi del Novecento, si avviasse nel giro di neanche vent’anni a essere capillarmente presente in città e paesi. Dev’essere stato quello il momento “difficile” della lanterna magica: quando, decisamente sorpassata a livello tecnologico, vecchia ma non ancora antica, vide la sua sopravvivenza legata all’esile filo del gusto per il rétro. Quanti cromotropi, quante fantasmagorie, quante grottesche saranno finite in cantina o nella pattumiera per far posto al nuovo Pathé Baby 9mm, gioiello della tecnica, e successivamente a un proiettore 16mm?

A quanto pare, contrariamente a quanto avvenne in analoghe situazioni, in casa Bracci Testasecca il fascino della lanterna magica non tramontò. Non avvenne, negli anni Venti o Trenta, che fosse sostituita da un proiettore cinematografico, come non avvenne negli anni Sessanta che fosse sostituita da una televisione. Mantenne la sua posizione nel teatrino, utilizzata dai figli di Lucangelo per spaventare gli amici proiettando direttamente sul muro giganteschi scheletri con gli occhi orbitanti e la falce insanguinata, e ammirata dagli ufficiali scozzesi venuti a liberare Montepulciano dall’occupazione nazista. Mai accantonata, divenne una specie di simbolo della casa.

Negli anni bui del dopoguerra e negli anni Cinquanta (che non per tutti furono anni di boom economico) la famiglia conobbe un notevole ridimensionamento del proprio tenore di vita. L’avito palazzo cominciò a essere frequentato solo d’estate, ma non ci fu una sola estate in cui il magico rito non si ripeté. A proiettare era Francesco, figlio di Lucangelo, e il nano che diventa un gigante o il goloso con la pancia gonfiata dal diavolo continuarono a stupire i piccoli Alberto, Margherita ed Elena, suoi figli, così come avevano stupito i suoi bisnonni. Passato il pericolo di venire buttata via come vecchiume, e assurta ormai al più dignitoso rango di pezzo d’antiquariato, la lanterna magica correva ora il rischio di finire nel dimenticatoio, soprattutto negli ultimi trent’anni del secolo in cui il palazzo venne praticamente abbandonato. Viceversa (è proprio il caso di dire “magicamente”) continuò a esercitare il suo ruolo di “fuoco sacro” anche nel periodo dell’abbandono, meta costante di membri della famiglia più o meno giovani che non smisero mai di organizzare spettacoli (applauditissimi) per amici, parenti e nuove generazioni nel sempre più fatiscente teatrino casalingo.

Nel 1998 il palazzo fu restaurato e riaperto. La lanterna magica era ancora lì, in teatrino. Come il fuoco delle vestali, non si era mai spenta. Come Giacomo, Lucangelo e Francesco prima di lui, Alberto continua a organizzare proiezioni per i vari Francesco, Lucangelo e Giacomo che sono venuti dopo e che, nonostante gli effetti speciali di Matrix e la realtà virtuale nel telefonino, continuano a ridere spaventati per lo scheletro che si toglie la testa e a sgranare gli occhi di fronte al mago dalle quattordici teste.
La bella storia è arrivata fin qui, ma continuerà.

Alberto Bracci Testasecca, febbraio 2010
Una produzione:




PRIMA DEL CINEMA
Le meravigliose immagini della lanterna magica di Davide Ferrariotrailer
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